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Marco Rossi, un genoano per sempre.

1 agosto 2013

Il Capitano di undici anni di Genoa. Indimenticabile. “Solo chi soffre impara ad amare”

Marco Rossi un campione di generosità e genoanità indelebilie.

 

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Mica se ne va. Resta a brillare, come un diamante, vicino a noi e con noi,  Marco Rossi. Con un altro incarico, altri obiettivi da inseguire. Come faceva, una furia, con lealtà e rispetto e mai un’entrata davvero fuori posto, quando inseguiva avversari sulla fascia. Per il capitano di mille battaglie, capitano non giocatore adesso per chi ama il Genoa, si annuncia una serata da emozioni forti domani. Nel cuore della città, dove gli hanno dato appuntamento i tifosi.

E non poteva che essere lì, o allo stadio, dopo la decisione di lasciare. Per uno riottoso come lui, sarà meglio mettersi il cuore in pace. Perché sarà la prima tappa di un lungo addio al calcio giocato. In mezzo alla gente che lo ha eletto simbolo e bandiera di genoanità. Senza se, ma, però. Un modo semplice e genuino per dirgli grazie, come semplice e genuino è l’animo di Marco Rossi. Uno che continuerà a predicare, come faceva il suo amico don Gallo, il Vangelo Rossoblù. Il Vangelo secondo Marco. Gli brilleranno gli occhi, quando gli leggeranno la lettera che hanno preparato. Cori, bandiere. Il resto è top secret.

Alle ore 21 tra la tifoseria organizzata, e non, sbucheranno dei riccioli biondi lisciati dal tempo (“ma non è l’ora di tagliarli?”). Beh, hanno fatto spasimare generazioni di supporter. Dieci anni, tutti o quasi, col sette sulla schiena a miracoli mostrar, a insegnare che ogni sforzo è possibile, ogni traiettoria tracciabile nella via crucis domenicale. Ogni corsa una missione. E poi che la dignità non ha prezzo, è un valore che oltrepassa le categorie. Si può essere felici con poco, quando i sentimenti vanno in gol. La serie C o la serie A, per chi ha occhi da innamorato, fanno lo stesso.

Noi a darci di gomito e godere di un giocatore straordinario, pronto a entrare di diritto nella Hall of Fame. Lui che si era innamorato del Genoa da ragazzino, perché genoani si diventa non solo si nasce. Ha pedalato come un pazzo lungo le strade e le salite della sua carriera, perché solo chi soffre impara ad amare. Lui amante delle bici (“chi ha fatto primo al Giro?”, che noia) e degli sport a motore. Moto e formula 1. Sempre viaggiato come un razzo.

C’è chi prevede che in Piazza De Ferrari si radunerà un migliaio di tifosi, in una serata da boccheggiamenti, per manifestare al capitano non giocatore, prossimo a un altro passo, il bene che gli vuole il popolo genoano. Un altro messia sulla via del Grifone, come Scoglio, come Signorini. Icona vivente. E dire che con quella piazza ha famigliarità. Ve lo ricordate sfilare sul pullman scoperto, lui avaro di esternazioni eppure ebbro di gioia, a festeggiare una, due, tre promozioni?

Se il pallino lo avesse lui, vi racconterebbe piuttosto dei vicoli che, da quella piazza, abbracciano il vero cuore di Genova. Vi parlerà di quelle pietre che sanno di antico, profumano di storia come quella di quel Vecchio Balordo, che un giorno decise di prendere per mano. In momenti difficili, perché quando si vince, si è tutti bravi.

Da quella piazza s’infilerà ancora nei carruggi, in futuro, per un’altra mangiata con gli amici zeneizi di sempre. E magari vi racconterà che dai tetti del centro storico, dove ha abitato, Genova si colora di rossoblù quando la sera scavalca il giorno.

Grazie Marco, atleta e uomo straordinario.